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Lascio volentieri agli studiosi delle religioni e agli esperti del dialogo interreligioso le complicate riflessioni di carattere teologico sull’argomento. L’intento di queste righe è semplicemente e immediatamente pastorale o, meglio ancora, è quello di mostrare come l’esperienza vissuta di incontri veri fra persone vere sia sempre non solo possibile, ma anche facile, per sottolineare infine la necessità di non dimenticare mai che le religioni non esistono, ma esistono solo uomini e donne che vivono un’esperienza religiosa.

Il cristiano che incontra un musulmano o un buddista, non si pone prima di tutto il problema del confronto fra la dottrina della sua fede, il suo progetto morale di vita, il suo modo di pregare e le diverse forme di vita religiosa dei suoi interlocutori. L’unico problema da affrontare nel suo incontro è quello di rapportarsi fraternamente con una persona, cercare di comprenderla e di farsene fratello. Se poi, proseguendo la conversazione e la frequentazione di vita, il discorso si dirigesse sulle dottrine, su questa o quella pratica di vita o di culto, allora si aprirà un nuovo diverso capitolo, ma il primo capitolo della storia sarà sempre quello che tratta della comune umanità. Per questo motivo vorrei proporre al lettore, in tono quasi autobiografico, solo alcune esperienze vissute.

Durante un lungo periodo di convalescenza, nella casa parrocchiale, con il parroco mio successore nella guida della comunità, ospitammo per due anni un giovane studente musulmano. Nella lunga storia di quella vecchia casa, vissuta per più secoli da molti preti diversi, credo che mai, in quella cucina, durante i pasti, si sia tanto parlato di Dio, quanto in quegli anni. Erano conversazioni semplici, non di alta teologia, nonostante che il ragazzo fosse abbastanza istruito nella sua religione: era una simpatica condivisione di due diverse esperienze di fede. Si apparecchiava la tavola, si mangiava e si beveva normalmente, anche se l’amico osservava scrupolosamente le sue regole religiose. Ma quando un giorno, avendo ospite la famiglia di suo zio, avemmo cura di non mettere neanche in tavola la bottiglia del vino, il ragazzo, commosso, ci manifestò molta riconoscenza per la delicatezza del gesto. Cose tanto semplici da essere banali. Ma la vita quotidiana non è fatta in gran parte di grandi cose e le amicizie si intrecciano anche attraverso le piccole attenzioni reciproche.

Parrocchia Sacro Cuore di Gesù
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