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In questo terza domenica di avvento, ciclo B, la liturgia lascia l’evangelista Marco (presente nelle prime due domeniche) e si rivolge ad un’altra fonte, l’evangelista Giovanni. Quasi a completare e approfondire la figura di Giovanni il Battista proposta una settimana fa (II domenica).

Giovanni il Battista “non era la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”. L’unico modo perché la luce si noti davvero è “fare buio”.  Giovanni il Battista con la sua predicazione “metteva in luce” la “presenza del buio” in un popolo e in persone che forse avevano dimenticato le promesse di Dio, che forse avevano smesso di sperare, che forse si erano rivolte al altri idoli che riempivano la loro fame di vita… L’invito alla conversione è in fondo considerare attentamente il buio esistente dentro e fuori queste esistenze, abbassare l’intensità di false luci effimere, permettere di avere occhi nuovi capaci di vedere la vera luce: c’è chi ci ricorda che è nel buio della notte che si possono distinguere le stelle più lontane e brillanti, non di giorno!

E dopo il senso della vista, il profeta sveglia il senso dell’udito. Dice di essere voce. Non parola, ma voce. La Parola è altra, è dell’Altro. Ma la Parola è così umile che senza una voce resterebbe solo scritta nella pergamena o nella carta. Giovanni Battista è voce di uno che grida… Gesù Cristo è la Parola fattasi carne.

E come per la luce è necessario il buio, così per la voce è necessario il silenzio. Fare silenzio… che è molto più faticoso che far baccano!

Bibbia Francescana ci segnala che questo brano dell’evangelista Giovanni non ha particolari riscontri diretti nelle Fonti Francescane. Ciò non toglie la devozione di san Francesco per colui che “è il più grande tra i nati di donna, ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” (Mt 11,11): per esempio, nella conclusione della Regola non bollata troviamo (FF 67)…

«E per il tuo amore supplichiamo umilmente la gloriosa e beatissima madre Maria sempre vergine, i beati Michele, Gabriele e Raffaele e tutti i cori degli spiriti beati: serafini, cherubini, troni, dominazioni, principati, potestà, virtù , angeli, arcangeli; il beato Giovanni Battista, Giovanni evangelista, Pietro, Paolo, e i beati patriarchi, i profeti, gli innocenti, gli apostoli, gli evangelisti, i discepoli, i martiri, i confessori, le vergini, i beati Elia ed Enoch e tutti i santi che furono e saranno e sono, affinché, come a te piace, per questi benefici rendano grazie a te, sommo vero Dio, eterno e vivo, con il Figlio tuo carissimo, il Signore nostro Gesù Cristo, e con lo Spirito Santo Paraclito nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia».

Del resto il vero nome di Francesco – come sappiamo – era Giovanni. E Tommaso da Celano chiosa: «Al di sopra della festa di ogni altro santo, [Francesco] riteneva solennissima quella di Giovanni Battista, il cui nome insigne gli aveva impresso nell’animo un segno di arcana potenza. Tra i nati di donna non sorse alcuno maggiore di quello, e nessuno più perfetto di questo [ossia Francesco, n.d.r.] tra i fondatori di Ordini religiosi. E’ una coincidenza degna di essere sottolineata» (FF 583).

Sarà la tradizione successiva alla morte di Francesco – inaugurata da frate Elia nella sua lettera enciclica – a far quasi confondere ruoli e simboli: «Veramente la presenza del fratello e padre nostro Francesco era vera luce, non solo per noi che gli stavamo vicini, ma anche per quelli che erano lontani da noi per professione di vita. Era infatti una luce mandata dalla vera luce, che illuminava quanti erano nelle tenebre e sedevano nell’ombra della morte, per dirigere i loro passi sulla via della pace. Questo egli ha fatto, come vera luce meridiana: Colui che sorge dall’alto illuminava il suo cuore e accendeva la volontà di lui con il fuoco del suo amore: ed egli predicava il regno di Dio e convertiva il cuore dei padri verso i figli e gli stolti alla prudenza dei giusti e in tutto il mondo ha preparato un popolo nuovo per il Signore» (FF 307).

Più raffinato è invece il ragionamento di un altro frate santo, Antonio di Padova, che proprio su questi versetti giovannei offre degli spunti più pertinenti e arguti:

«È detto infatti di Giovanni Battista che era “voce di uno che grida nel deserto” (Mt 3,3; Gv 1,23). La voce è aria, e Giovanni era aria e non carne, perché non aveva più il gusto delle cose terrene ma solo di quelle celesti». (Sermone domenica XXII dopo Pentecoste).

«E questo è ciò che leggiamo oggi nel brano del vangelo: “In mezzo a voi sta uno…” (Gv 1,26): “il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tm 2,5) “stette” nel campo del mondo combattendo contro il diavolo e, dopo averlo sconfitto, strappò dalla sua mano l’uomo e lo riconciliò con Dio Padre, “che voi non conoscete” (Gv 1,26)». (Sermone domenica III di avvento)

«“Io sono la voce di colui che grida nel deserto” (Gv 1,23). Giovanni Battista è detto “voce” perché, come la voce precede la parola, così egli precedette il Figlio di Dio. Io, disse, sono la voce di Cristo, che grida nel deserto, cioè sul patibolo della croce: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46). In questo deserto tutto fu pieno di spine ed egli fu privo di ogni forma di umano soccorso». (Sermone domenica I di quaresima)

 

Scritto da Fra Andrea Vaona, assistente O.F.S. per bibbiafrancescana.org

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